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PLUVIANO Marco, 1918. Gli Italiani sul fronte occidentale. Nel diario del tenente Giacomo Tortora e in altri documenti inediti (par Irene Guerrini)

PLUVIANO (Marco), 1918. Gli Italiani sul fronte occidentale. Nel diario del tenente Giacomo Tortora e in altri documenti inediti, a cura di Alberto Caselli Lapeschi e Giancarlo Militello, Quaderni della Società Storica per la Guerra Bianca, Gaspari Editore, Udine, 2007, 255 pp, Euro 17,50.

Questo volume, che costituisce il n. 9-10 dei “Quaderni della Società Storica per la Guerra Bianca”, utilizza un diario inedito per affrontare un tema assai poco studiato in Italia: l’azione del II Corpo d’Armata italiano sul fronte francese nel 1918. Questa grande unità, forte di oltre 51.000 uomini, giunse in Francia alla fine di aprile del 1918 e, dapprima stanziata in un tratto di fronte considerato tranquillo (le Argonne), prese poi parte alla II battaglia della Marna, e in particolare alla battaglia di Bligny. In seguito, tra settembre e ottobre, le sue truppe furono impegnate nei combattimenti che ebbero luogo nell’area dell’Aisne e dell’omonimo canale e che, dopo la forzatura della munitissima linea di difesa tedesca, portarono alla riconquista dello Chemin des Dames. I reparti italiani parteciparono poi all’avanzata delle ultime settimane di guerra, restando per diversi mesi dopo l’Armistizio in Belgio.
I curatori si sono per prima cosa preoccupati di inserire il diario nel più generale contesto dell’azione delle truppe italiane in Francia. Hanno quindi approfondito la genesi di quella spedizione, analizzandone sia le ragioni politiche sia quelle militari, illustrando sinteticamente anche l’azione degli altri reparti italiani che operarono oltralpe durante il conflitto: la Legione Garibaldina che, costituita da volontari, intervenne a sostegno della Francia nel 1914, durante il periodo della neutralità italiana; tre squadriglie di bombardieri Caproni che operarono durante il 1918; le Truppe ausiliarie, forti di 60.000 uomini, impiegate a partire da gennaio 1918 per effettuare lavori militari nelle retrovie e al fronte.
Lo studio di questo aspetto dell’esperienza bellica italiana è di particolare importanza per diverse ragioni, tutte evidenziate dai curatori.
Innanzitutto si trattò del più consistente impiego di soldati al di fuori del fronte nazionale. Occorre precisare che l’Italia, principalmente per difficoltà militari intrinseche ma anche per evitare ulteriori tensioni politiche interne, contenne l’impiego di propri militari lontano dai confini. Si limitò quindi ad inviare una Divisione sul fronte di Salonicco ed un Corpo d’Armata in Albania (le cui coste erano peraltro troppo vicine alla Puglia per lasciarle sotto il controllo di forze ostili). A questi occorre aggiungere le truppe distaccate nella colonia libica per fronteggiare la guerriglia sostenuta dalla Turchia, e reparti minori impegnati in Palestina al seguito degli Inglesi. In un contesto diverso deve invece essere inquadrato l’invio di due battaglioni, a luglio 1918, nelle regioni russe di Murmansk ed Arkangelsk, e di un ulteriore battaglione in Siberia a settembre per combattere le forze bolsceviche (episodi entrambi poco studiati in Italia).
Dal punto di vista politico l’impiego di una Grande Unità sul fronte più importante di tutto il conflitto (e contro l’esercito nemico più potente, quello tedesco appunto) costituiva la prova della completa ripresa dell’esercito dopo il disastro di Caporetto. Avrebbe inoltre dimostrato, se coronato da un buon risultato militare, il valore del soldato italiano anche di fronte ad opinioni pubbliche, quali quelle dei nostri Alleati, che in proposito nutrivano riserve di lunga data, ingigantite dalla catastrofe di ottobre 1917.
Infine, si tratta di un episodio poco studiato in entrambi i Paesi ed al quale anche la stessa pubblicistica militare posteriore al conflitto ha dedicato scarsa attenzione per via delle tensioni italo-francesi, causate dapprima dall’agitazione nazionalista post bellica e poi dalla propaganda fascista, particolarmente accanita contro la Francia individuata come simbolo della “cospirazione democratica anti italiana”.
Il libro si presenta quindi con una duplice veste. Da un lato una sintetica ma ben strutturata analisi della genesi e dello sviluppo della spedizione del II Corpo d’Armata, con una valida ricostruzione della sua partecipazione alle decisive battaglie dell’estate e dell’autunno sul fronte della Champagne. In coda a questa analisi i curatori hanno inserito l’illustrazione dei cimiteri di guerra italiani, abbozzando così un esame della costruzione della memoria dei caduti in questo particolare contesto bellico, a cui si affianca l’analisi dell’auto rappresentazione elaborata dai superstiti, attraverso la memorialistica e le opere letterarie (in Francia combatterono due tra i principali “cantori” dell’esperienza bellica italiana, seppure animati da uno spirito assai diverso: Giuseppe Ungaretti e Curzio Malaparte). Ed è proprio nel contesto dell’auto rappresentazione dei combattenti e della trasmissione della memoria che si inserisce l’esame del diario inedito di un giovane tenente genovese, poi capitano, Giacomo Tortora.
L’autore, nato nel 1894 e morto nel 1979, era al momento dell’intervento italiano in guerra uno studente universitario che aveva appena terminato il servizio militare. Al momento della mobilitazione il giovane partì come soldato semplice ma, dopo due mesi trascorsi sul fronte dell’Alto Isonzo, fece domanda per frequentare i corsi per allievo ufficiale riservati ai laureati, ai diplomati e agli universitari. A metà settembre rientrò quindi al fronte col grado di sottotenente. Fu poi ferito, promosso tenente, partecipò alla ritirata di Caporetto e, a fine aprile 1918, partì per la Francia.
Durante tutta la sua esperienza militare, che terminò a settembre 1919 dopo aver raggiunto il grado di capitano e ricevuto due Medaglie di Bronzo al Valor Militare, scrisse un diario, che conservò per tutta la vita e che è stato consegnato dalla figlia ai curatori del volume. Si tratta di un piccolo quaderno di 166 pagine a quadretti compilate con una scrittura chiara ed ordinata, in cui vengono segnati con estrema sinteticità tutti gli avvenimenti e le esperienze che ebbe a vivere in oltre quattro anni. Di norma ogni giorno viene riassunto in due o tre righe, e solo le giornate più importanti occupano spazi maggiori. Fedele al proprio carattere riservato, egli riporta raramente riflessioni personali e difficilmente illustra i propri sentimenti; inoltre, non lascia spazio alla retorica bellica. Probabilmente Tortora scrisse questo testo in un’unica soluzione temporale, immediatamente dopo il congedo, basandosi su appunti presi giornalmente e sulla memoria. Il testo è molto preciso sia per quanto riguarda la grafia dei nomi di persona e di località, sia in merito allo sviluppo degli eventi.
I curatori hanno riportato per intero solamente la parte dedicata alla spedizione in Francia ed ai mesi seguenti l’Armistizio. Per la precisione, a partire dal 5 febbraio 1918, quando il 76° Reggimento della Brigata Napoli (a cui il tenente era stato assegnato il 15 dicembre 1917) si mosse dalla località in provincia di Parma in cui era stato ricostituito dopo Caporetto. Il 17 aprile, dopo alcune settimane di addestramento il reggimento ricevette l’ordine di partire per la Francia.
Nel testo Tortora dimostra attenzione per le novità che incontrava oltralpe, a cominciare dalla presenza dei militari di colore francesi e dai Foyer du soldat organizzati dalla Y.M.C.A. A pochi giorni dall’arrivo in Francia egli utilizzava già termini quali boches e marmitage. Non mancano nemmeno notazioni, sempre molto sintetiche, sull’attività della giustizia militare italiana (sia in patria sia in Francia), e registra l’ordine di condurre il proprio reparto ad assistere ad una fucilazione. Fatto piuttosto inusuale, egli riporta anche la detenzione di tre ufficiali denunciati da un superiore il 17 luglio.
Il testo è quindi interessante proprio per lo stile asciutto e controllato, e per la capacità di tratteggiare sinteticamente sia gli eventi bellici sia le condizioni di vita, senza nulla concedere alla retorica che permeava la mente della grande maggioranza degli ufficiali italiani. Questo nonostante il fatto che l’autore provenisse dalla buona borghesia e fosse uno studente universitario (si laureò poi in Giurisprudenza all’inizio degli anni Venti), provenendo quindi dall’ambiente più influenzato dall’interventismo nazionalista. Certamente, la provenienza sociale e culturale dell’autore risalta chiaramente; egli non sembra nutrire mai alcun dubbio o malessere rispetto alla propria posizione gerarchica, né sui diritti che questa gli garantisce.
In conclusione bisogna valutare positivamente anche l’opera dei curatori. In realtà la loro opera è stata ben più impegnativa di quella richiesta da un semplice lavoro di editing, poiché hanno fornito anche il quadro generale sull’esperienza del II Corpo d’Armata, ed hanno realizzato un convincente abbozzo di contestualizzazione in merito alla costruzione della memoria dei caduti e dei sopravvissuti di quella Grande Unità. Anche la scelta dei brani del diario, e l’integrazione dei pezzi più sintetici con notizie e dati è stata felice e riuscita. Questo libro è la prova di come gli storici possano utilizzare il materiale diaristico (o epistolare), valorizzandolo ma mantenendo una valida prospettiva storica, senza “innamorarsi” né della fonte, né dell’autore.

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